Digital Awareness: qual è il tuo rapporto con il digitale?

Su Cowinning abbiamo accennato in modo lieve al rapporto (consapevole) con il digitale – o digital awareness –  in occasione della pausa estiva. Un rapporto di amore/odio che (quasi) chiunque abbia una connessione vive in prima persona o attraverso chi gli è vicino nelle modalità svelate da Federico Tonioni, psichiatra responsabile dell’ambulatorio dipendenze da internet del Policlinico Gemelli. Dopo il gioco e il pericolo abbiamo voluto leggere la (iper)connessione compulsiva in chiave di riflessione e di opportunità. Una lettura affidata a Federico Guerrini, blogger, giornalista e autore di libri su internet e i social media, che racconta come dalle parole di Geert Lovink sia arrivato con un gruppo di amici al progetto Digital Awareness.

– Rachele Muzio – 

Qualche tempo fa, nel corso di un’intervista, il teorico dei new media Geert Lovink, mi raccontò come, secondo lui, oggi l’alfabetizzazione informatica andasse intesa non come capacità di saper usare un computer (come accadeva un tempo), ma come abilità di saper integrare in maniera fluida e senza attriti la tecnologia nella vita quotidiana.

*Geert Lovink ospite a Meet The Media Guru nel 2012

La cosa mi restò a frullare in mente per un po’, stimolata dal fatto che mi trovavo a confrontarmi ogni giorno con una connessione al web sempre più frequente e in mobilità (via smartphone o tablet), con tutti i vantaggi ma anche i lati oscuri che questo comporta. Collegarsi è diventato facilissimo, staccare un po’ meno. Non era un problema soltanto mio: sempre più persone, anche in Italia, iniziavano a parlare di Slow Web, o di Slow Communication, per indicare un modo più “sano” e meno compulsivo di vivere l’approccio alla Rete.

Digital Awareness: dalla riflessione al progetto

Con gli amici di Dof Consulting, una società di counseling di Trieste che opera su scala nazionale aiutando le aziende a risolvere i loro problemi interni – e in particolare con il fondatore Alessandro Rinaldi – iniziammo a lavorare al progetto Digital Awareness per riflettere sul rapporto tra persone, organizzazioni, comunità e digitale. Che si tratti del rapporto tra elementi virtuali e reali nella narrazione di sé e delle proprie esperienze che le persone fanno attraverso i social media, che ci si confronti con le potenzialità dei nuovi media di garantire una narrazione degli eventi in forma partecipata o di riflettere all’opposto sulle nuove formule di tecno sorveglianza non ci si può sottrarre, oggi come oggi, a una riflessione sul nostro modo di vivere il digitale, per potenziarne gli aspetti positivi e diminuirne gli “effetti collaterali”.

Per quanto riguarda il singolo individuo, si tratta, come dice Lovink, di sottoporsi a

un certo tipo di training (…) Una forma di allenamento mentale, nel senso di saper prendere le distanze da un determinato oggetto o da una determinata situazione.

Sviluppare quindi la capacità di scollegarsi dal flusso dei contenuti e delle condivisioni ogni qual volta se ne senta il bisogno; usare gli strumenti senza esserne usati. A livello aziendale, invece, le cose sono un po’ più complesse, perché la tecnologia va a toccare una serie di fattori e competenze: dal rapporto fra i dipendenti, che può essere agevolato o meno da essa, alla privacy, all’aspetto squisitamente promozionale (vedi uso dei social media per pubblicizzare prodotti e marchio), alle pure e semplici competenze tecniche. Per questo, assieme a Dof, abbiamo sviluppato un format che aiuti le aziende a fare un primo assessment del loro grado di “consapevolezza digitale” in modo da poter individuare le aree grigie su cui intervenire. A questo primo passaggio ne seguono poi altri, con diversi strumenti, fra cui quello della “critical performance”, un contest in cui gruppi di 5-7 persone al massimo si danno amichevolmente “battaglia” per far emergere testimonianze, visioni critiche, possibili soluzioni e visioni di mutamento.

Dall’iper-connessione all’iper-frammentazione

È affascinante vedere come la tecnologia, nata come strumento per aumentare e facilitare le relazioni fra le persone possa, a causa di utilizzo non corretto, allontanare e accrescere il grado di frammentazione nelle organizzazioni.

Forse come si fa con alcuni medicinali e senza arrivare agli eccessi delle campagne anti-fumo, occorrerebbe scrivere su alcuni dispositivi tecnologici “usare con cautela, può dare dipendenza” e “attenzione agli effetti collaterali”.

 STARTER BOX

Geert Lovink su Wikipedia

Not so fast. Il manifesto di John Freeman inneggiante la slow communication pubblicato nel 2009 da The Wall Street Journal

Slow Communication. Il movimento, nato da un’idea di Andrea Ferrazzi, per promuovere un consumo responsabile dei nuovi strumenti di comunicazione.

Interazioni sociali: Derrick De Kerckhove ci racconta come saranno (Leo Hi-Tech, 13 novembre 2013)

Autore Federico Guerrini

Giornalista freelance specializzato in nuove tecnologie, collabora con varie testate nazionali online e cartacee fra cui La Stampa, Sky.it, L’Espresso, Wired.it, il Corriere delle Comunicazioni, Agenda Digitale. Cura anche il blog personale federicoguerrini.com e, per La Stampa, il blog Start(Me)Up (lastampa.it/blogs/start-me-up) – sul mondo delle imprese innovative italiane. Ha scritto diversi libri su social media, Internet e privacy in Rete. Ricordiamo, in particolare: Tutto su Facebook (Hoepli, 2008) , Facebook Reloaded (Hoepli, 2010) e Vivere Social (Edizioni della Sera, 2011).

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